Mentre probabilmente slitta di sei mesi il commissariamento dell’INPGI, Martella propone l’unificazione delle due gestioni INPGI 1 ed INPGI 2.

Mentre probabilmente il commissariamento INPGI slitterà di sei mesi dal 31 dicembre 2020, grazie a un emendamento nella Legge di bilancio, il 13 dicembre 2020 i Consiglieri di amministrazione e i Consiglieri generali, che non si riconoscono nella maggioranza che governa l’Inpgi, hanno svelato e preso posizione sul piano del sottosegretario Martella, che prevedrebbe fra l’altro la unificazione delle due gestioni Inpgi 1 e Inpgi 2, che interessa i giornalisti che non sono lavoratori dipendenti.

L’Inpgi 1, relativa al lavoro dipendente, è in gravissima crisi; l’Inpgi 2, relativa al lavoro autonomo, costituita in prevalenza da pubblicisti e da giovani, è in attivo di 35 milioni nel 2020 ed ha un patrimonio di 750 milioni.

Per fortuna la proposta di unificazione sembra tecnicamente improponibile.

L’Inpgi 2 è regolata, come le libere professioni dalla legge 103/96 ed ha un quadro normativo completamente diverso dall’Inpgi 1, che regola i lavoratori dipendenti.

Nell’Inpgi 2 ci sono i lavoratori autonomi, e, se, con i tempi che corrono, vi sono anche molti Professionisti, la prevalenza nell’Inpgi 2 è dei Pubblicisti ed in generale dei giovani, che non hanno un contratto, come lavoratori dipendenti, quindi delle persone precarie e meno garantite.

Martella propone di svantaggiare i colleghi più deboli?

I firmatari del documento ritengono “moralmente inaccettabile” la unificazione delle due gestioni Inpgi 1 e Inpgi 2, perché “significherebbe erodere il patrimonio dei colleghi più deboli per far fronte al pagamento delle pensioni degli ex “garantiti”.”

Questo il testo firmato dai Consiglieri di amministrazione Elena Polidori e Daniela Stigliano e dai Consiglieri generali dell’INPGI, Massimo Alberizzi Francesca Altieri Nicola Borzi Andrea Bulgarelli, Paola Cascella, Andrea Montanari, Giancarla Rondinelli, Donato Sinigaglia, Marina Sbardella, Paolo Trombin, Cristiano Fantauzzi, Alfonso Pirozzi.

“Il velo sulla verità, alla fine, è stato sollevato. I comunicatori sono spariti dal tavolo di confronto tra Inpgi e governo. Quelli privati sembra per sempre. Di quelli pubblici se ne riparlerà, forse, dopo la conclusione delle trattative per il contratto della Pubblica amministrazione. E per l’Istituto di previdenza dei giornalisti italiani è arrivato il redde rationem, dopo quattro anni di bilanci in profondo rosso, uno squilibrio previdenziale partito già nel 2011, due riforme pesantissime e inutili perché non hanno garantito alcuna sostenibilità ai conti e l’ostinazione della maggioranza a inseguire un’unica soluzione: l’allargamento della platea contributiva con l’ingresso forzato di altre categorie professionali, che era e resta insufficiente a salvare le pensioni dei giornalisti.

Gli ultimi fatti raccontano di una riunione, il 9 dicembre, del confronto tra i vertici dell’Inpgi e il governo, partito il 5 febbraio scorso, alla vigilia delle elezioni per il rinnovo degli organismi dell’Istituto, in cui tutte le carte sono state messe sul tavolo. La richiesta della maggioranza che guida l’Ente delle nostre pensioni è sempre stata solo una: anticipare l’arrivo dei fantomatici comunicatori al 2021. Nessun’altra ipotesi è mai stata prospettata e avanzata. Nessuna. O i comunicatori o niente. Già il primo settembre, nella riunione precedente, il governo aveva chiarito che l’attenzione poteva essere concentrata solo sui comunicatori pubblici, vista anche l’indisponibilità assoluta di quelli privati a entrare nell’Inpgi. Si parla di circa 5.500 persone, oggi assicurate con l’Inps, che comunque, secondo i calcoli del ministero del Lavoro, non porterebbero all’Istituto dei giornalisti più di una cinquantina di milioni l’anno.

Gli ultimi dati, quelli del bilancio di assestamento del 2020, dicono però che le perdite del nostro Ente di previdenza sono arrivate oltre i 250 milioni di euro. E per il futuro, tra crisi strutturale dell’editoria ed effetti dell’emergenza Covid, non si può certo pensare di ridurre il rosso. Dove trovare gli altri almeno 200 milioni l’anno che servono per rendere sostenibili i conti dell’Inpgi? La “ricetta” del governo l’ha illustrata al tavolo del 9 dicembre Andrea Martella, chiedendo al Cda di mettere le mani nelle tasche dei colleghi in cambio di qualche mese in più di scudo anti-commissariamento. Sì, proprio il sottosegretario all’Editoria “buono”, acclamato dalla maggioranza di Fnsi e Inpgi per aver sostituito il tanto criticato Vito Crimi; il politico del Pd presentato come “amico” dei giornalisti il cui unico contributo concreto per la categoria è stato finora lo sciagurato rifinanziamento dei prepensionamenti.

Il sottosegretario Martella ha “proposto” cinque interventi:

la retrodatazione dal 2007 del sistema contributivo per i giornalisti dipendenti in attività; la revisione delle pensioni di anzianità;

un nuovo contributo di solidarietà per le pensioni in essere; la riduzione dei costi di struttura;

la unificazione delle due gestioni Inpgi 1 e Inpgi 2, reputata peraltro difficilmente praticabile dai tecnici del Lavoro e comunque per noi moralmente inaccettabile perché significherebbe erodere il patrimonio dei colleghi più deboli per far fronte al pagamento delle pensioni degli ex “garantiti”.

Misure durissime che, se pure qualcuno volesse prendere in considerazione, non sarebbero comunque in grado di portare l’Inpgi fuori dalla situazione drammatica in cui si trova: tutte insieme non arriverebbero infatti neppure lontanamente a 100 milioni.

Noi ora pretendiamo, dopo almeno 10 anni di gestione quantomeno non responsabile da parte della maggioranza dell’Inpgi, avallata anche dai mancati interventi dei Ministeri vigilanti, che il governo ascolti finalmente la nostra voce. Chiunque, con un minimo di buon senso, avrebbe cercato di immaginare, in questi anni, strade diverse, alternative, anche dolorose ma necessarie, per salvare le pensioni dei giornalisti italiani. Non lo hanno fatto, né la maggioranza che guida l’Inpgi (e la Fnsi), né i governi che si sono susseguiti. Hanno preferito illudere i colleghi con soluzioni semplicistiche e, come si sta dimostrando, ancora una volta inutili.
È arrivato il momento di cambiare strada e di assumersi ognuno le sue responsabilità. Il tempo è pochissimo: la norma inserita nel Decreto Crescita e diventata legge nel luglio 2019, quella che ipotizza l’ingresso di altre figure professionali nell’Inpgi (senza citare in alcun modo i “comunicatori”), impone agli amministratori dell’Ente di tagliare le spese e, in subordine, di aumentare le entrate e di presentare entro la fine del 2020 un bilancio attuariale che valuti l’impatto di questi interventi sul futuro dei conti dell’Istituto. Ebbene: dal luglio 2019 niente è stato fatto dal Cda dell’Inpgi. A parte tentare di convincere la politica ad anticipare l’arrivo dei comunicatori, prima nel 2020, ora nel 2021. Solo grazie alla nostra richiesta formale, l’argomento è stato finalmente messo all’ordine del giorno delle ultime due riunioni. E si è riuscito a sapere, finalmente, qualcosa dell’andamento del confronto con il governo.

In cda abbiamo chiarito che da parte nostra non ci sarà alcun avallo a tagli e manovre inutili e dannose per i giornalisti italiani, per le loro pensioni e per il futuro dell’intera categoria. Abbiamo invece proposto una riduzione immediata e significativa dei compensi degli organi collegiali, una revisione dei contributi al Sindacato, un taglio alle consulenze esterne e un gesto di responsabilità da parte dei dirigenti dell’Inpgi con la riduzione volontaria delle loro retribuzioni. In cambio, però, dell’impegno del governo a valutare immediatamente la soluzione che proponiamo da tempo: il ritorno dell’Inpgi a Ente a garanzia pubblica, attraverso una revisione della legge 509 del 1994 che riconosca pienamente il ruolo della nostra professione per la democrazia.

La maggioranza ha rifiutato, ancora una volta, le nostre ipotesi. Ed è per questo che, adesso, pretendiamo sia la politica a intervenire e a esaminare la nostra proposta. In caso contrario, il governo sarà responsabile, insieme con chi governa l’Inpgi, di precipitare i giornalisti e le loro pensioni nell’Inps senza alcun paracadute.

Il 2021 si apre con un futuro fosco ed incerto. La FNGPI cercherà di dare un contributo nella revisione complessiva del quadro normativo dell’informazione, collocando le professioni di oggi dell’informazione e della comunicazione, nell’alveo della normativa europea.

Enrico Campagnoli

Presidente FNGPI

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